Rivista per le Medical Humanities

Si tratta di uno «spazio espositivo» che arricchisce mediante illustrazioni ogni numero della rivista. Troverete pubblicati in questa sezione solo una fotografia di ciascun autore e il commento alle immagini proposte all'interno del numero. La pubblicazione integrale del portfolio la riserviamo, infatti, ai lettori e agli abbonati della versione cartacea della nostra rivista.

nota di Gabriele Basilico

Fotografia di Gabriele Basilico



I brani qui proposti sono
tratti da una conferenza
tenuta dal fotografo al
Teatro No’hma di Milano
l’8 aprile 2010.
 

          Quel giorno di primavera del 1978 la luce mi aveva rivelato una realtà che non avevo mai visto. Ricordo di essermi chiesto dove fossi e se quel luogo fosse veramente un’area della periferia milanese. C’erano sottili vibrazioni nell’atmosfera, e del vuoto era percepibile il suono silenzioso, avvolto dal profumo dell’aria leggera, sospinta da un vento tiepido di primavera.
          Quella indimenticabile, magica sospensione della luce mi ha dato effettivamente la possibilità di vedere attraverso una realtà che nella dimensione quotidiana aveva un aspetto molto diverso. Durante l’esperienza di quelle giornate, corpi di edifici, parti di città non caratterizzati da una storia particolare hanno iniziato a interpretare il ruolo del protagonista, come nella fiaba di Cenerentola. La struttura fisica degli edifici era la stessa, non c’erano state alterazioni, ma l’aspetto visivo era mutato, diverso, trasparente. Sono state la percezione del vuoto e dell’assenza, l’esperienza plasmante della luce a confronto con le ombre nette e profonde, a farmi entrare in vibrazione con lo spazio, e a farmi scoprire una percezione nuova e diversa dei luoghi industriali.
          (...)
          Le ombre che da una casa cadono verso un edificio o viceversa, le ombre che ridisegnano il terreno, le ombre che modificano le forme delle facciate, misurano costantemente le distanze, avvicinano un corpo all’altro, oppure li separano, cambiando la percezione degli edifici. Nelle mie immagini molti primi piani sono celati nell’ombra, non solo per coprire i marciapiedi, le auto in sosta, la spazzatura, ma soprattutto per evidenziare l’avvolgimento esistenziale che lo spazio urbano genera attorno all’uomo che lo attraversa.
Se lo spazio è illuminato, tramite l’ombra si crea un valore formale, dinamico, analogo a quello che scaturisce sulla scena oscura di un teatro, quando improvvisamente si accendono i riflettori.
Sulla scena reale, che è lo spazio urbano, quando il sole illumina con decisione, di taglio, le architetture, si verifica lo stesso fenomeno. Il sole riempie di luce o avvolge di ombra le forme nello spazio e, col mutare delle condizioni di visibilità, nel corso del tempo, si possono esplorare splendide metamorfosi visive stando assolutamente immobili. Ci sono edifici che, grazie alla sapienza di chi li ha progettati e all’attenzione visiva di chi li fotografa, svelano una forma antropomorfa. Nelle architetture sono nascosti occhi, nasi, orecchie, labbra, volti che aspettano la parola, una parola che sembra poter nascere solo se questi vivono l’evento rivelatore della luce, nella condizione limite dell’assenza dell’uomo. Basta la presenza di un passante per ridare all’architettura il valore di sfondo, per dare al vuoto il senso di un’assenza, mentre l’assenza degli uomini toglie al vuoto ogni dimensione d’angoscia e fa del vuoto quello che veramente è. Un vuoto che si riempie e diventa soggetto. Io fotografo il vuoto come protagonista di se stesso, con tutto il suo lirismo, la sua forza, la sua umanizzante capacità di comunicazione, perché il vuoto nell’architettura è parte strutturale, integrante, del suo essere.
          (...)
          Nell’ossessivo osservatorio costruito nel tempo per cercare un dialogo con lo spazio, vedo la città come qualcosa di vivo, come un organismo che respira, come un grande corpo in trasformazione. Mi interessa cogliere i segni di questa trasformazione, esattamente come un medico che indaga il cambiamento della forma di un corpo e ne coglie la struttura nelle pause del respiro, quasi in uno stato di sospensione.
 
 

Gabriele Basilico

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